La surreale calma del forte ebbe vita breve.
Chiamarono con il normale telefono di servizio. Chiesero del comandante, ma aveva, come quasi tutti gli ufficiali del resto, abbandonato il forte per darsi alla guerra clandestina. Toccò al sottotenente ingegnere Matignon, delle forze ausiliarie, parlarci.
L'uomo al telefono, che si qualificò come "Tenente colonnello Gilbert, incaricato del governo francese per l'attuazione delle clausole d'armistizio" annunciò che una squadra d'ispezione sarebbe arrivata al forte nel pomeriggio.
Ci aspettavamo di dover uscire a uno a uno con le mani in alto, sotto il tiro di un battaglione schierato della Wermacht. Ma non fu così. Con nostra grande sorpresa, ad arrivare furono mezzi e uomini dell'esercito francese. Solo una Kubelwagen e due sidecar tedeschi li accompagnavano, ma stettero in disparte per tutto il tempo mentre gli ufficiali francesi ci spiegavano come lasciare alla loro custodia l'Ouvrage corazzato, e ci indicavano i mezzi su cui salire assieme al nostro equipaggiamento per esser riportati a valle.
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giovedì 16 gennaio 2014
domenica 12 gennaio 2014
#1 Avant l'apocalypse
La guerra? No, non ha cambiato granchè la mia vita.
Avevo iniziato a lavorare da poco quando scoppiò. Nel'39, fresco di laurea, ero entrato nelle ferrovie come ingegnere. Da ultimo arrivato mi avevano messo alla sezione controlli: verificavamo i documenti sulla manutenzione dei ponti e delle massicciate. Un lavoro d'ufficio calmo e tranquillo, con solo sporadiche uscite per qualche ispezione.
Tra timbri e certificati le mie giornate scorrevano senza intoppo alcuno, e mi scoprii più che adatto a quel genere di vita, aspettando una promozione.
Alla dichiarazione di guerra fui mobilitato e, come sottotenente ingegnere, assegnato ai reparti del genio. Dopo un corso affrettato mi trovai assegnato al servizio tecnico nelle fortificazioni della linea Maginot. Mi occupavo prevalentemente di progetti di demolizione, per chiudere la via all'avanzata nemica; ironia della sorte, adesso il mio lavoro era predisporre piani per far saltare in aria quei ponti di cui prima certificavo la resistenza. Quei mesi di servizio nelle fortificazioni, però, non furono così diversi da prima: il mio ufficio non aveva più finestra, e al termine dell'orario mi ritiravo in camerate sotterranee invece di tornare a casa.
Ma sempre di documenti di resistenza strutturale e tabelle si trattava, per me, aspettando di esser chiamati all'azione.
Avevo iniziato a lavorare da poco quando scoppiò. Nel'39, fresco di laurea, ero entrato nelle ferrovie come ingegnere. Da ultimo arrivato mi avevano messo alla sezione controlli: verificavamo i documenti sulla manutenzione dei ponti e delle massicciate. Un lavoro d'ufficio calmo e tranquillo, con solo sporadiche uscite per qualche ispezione.
Tra timbri e certificati le mie giornate scorrevano senza intoppo alcuno, e mi scoprii più che adatto a quel genere di vita, aspettando una promozione.
Alla dichiarazione di guerra fui mobilitato e, come sottotenente ingegnere, assegnato ai reparti del genio. Dopo un corso affrettato mi trovai assegnato al servizio tecnico nelle fortificazioni della linea Maginot. Mi occupavo prevalentemente di progetti di demolizione, per chiudere la via all'avanzata nemica; ironia della sorte, adesso il mio lavoro era predisporre piani per far saltare in aria quei ponti di cui prima certificavo la resistenza. Quei mesi di servizio nelle fortificazioni, però, non furono così diversi da prima: il mio ufficio non aveva più finestra, e al termine dell'orario mi ritiravo in camerate sotterranee invece di tornare a casa.
Ma sempre di documenti di resistenza strutturale e tabelle si trattava, per me, aspettando di esser chiamati all'azione.
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